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Che cosa vi hanno fatto di male le basi MIDI?

Nei giorni scorsi abbiamo parlato di Jamzone e Yamaha Extrack, due app molto diverse fra di loro ma accomunate da un obiettivo preciso: aiutare chi suona a studiare un brano, impararlo davvero e lavorarci sopra con continuità. Entrambe le app si basano su tracce audio, ma lo fanno in modi opposti. Jamzone mette a disposizione basi registrate da musicisti reali, già pronte e rifinite, e pronte ad essere utilizzate anche dal vivo. Extrack, invece, parte dalle basi che avete già nella vostra libreria e, grazie all’AI, le trasforma in materiale di studio con separazione delle tracce e analisi degli accordi. Sono due approcci interessanti, moderni, utili. Ma mentre esploriamo queste soluzioni, una domanda sorge spontanea: ma… gli Standard MIDI File, che fine hanno fatto?

Da qualche anno, la base MIDI sembra essere diventata il capro espiatorio perfetto. “Usa solo l’audio”, “Il MIDI è roba vecchia”, “Suona finto”, “Non è professionale”, etc. Frasi che si sentono spesso, quasi come se il MIDI fosse un residuo archeologico. Eppure, se ci fermiamo un attimo a riflettere, forse stiamo esagerando e rischiamo di perdere vantaggi preziosi. Il MIDI non è un suono, non è un effetto, non è un campione: è un protocollo o, se preferite, un linguaggio. E come ogni linguaggio può produrre risultati mediocri o straordinari, a seconda di chi lo usa e degli strumenti che si hanno a disposizione. A mio modo di vedere, il pregiudizio nasce essenzialmente da basi GM scadenti o da arrangiamenti fatti male, non dal concetto del MIDI in sé.

Per capire davvero la differenza fra brani audio e basi MIDI, mi piace ricorrere a un’immagine presa dal mondo della fotografia. Una base audio è come una fotografia: bella, nitida, immediata, ma sostanzialmente immutabile. Puoi ritoccarla, certo, ma fino a un certo punto. Una base MIDI, invece, è come un file RAW: materiale vivo, modellabile, che si può trasformare in mille modi diversi. Anche se la tecnologia del trattamento audio ha fatti passi da gigante negli ultimi anni, ricordiamoci che – da sempre – con il MIDI potete cambiare tonalità senza artefatti, modificare il tempo senza perdere qualità, riscrivere parti, mutare strumenti, cambiare gli effetti, aggiungere o togliere elementi, adattare tutto al vostro stile, alla vostra voce, al vostro gruppo. È un livello di libertà che l’audio, anche con le tecnologie più recenti, non può ancora offrire in modo totale.

Fonte: M-Live

Da una base audio, non potete estrarre la partitura (la mitica funzione Score degli arranger): solo con una base MIDI potete studiare quel brano leggendo lo spartito, evitando la costrizione di imparare brani nuovi “ad orecchio” come fanno i numerosi entusiasti dell’audio. C’è poi l’aspetto del suono. Una base audio riflette il setup di chi l’ha prodotta, non il vostro. Una base MIDI, invece, suona con i vostri strumenti, le vostre espansioni, il vostro arranger, il vostro modulo. Questo significa coerenza timbrica, nessuno stacco tra ciò che suonate dal vivo e ciò che proviene dalla base, possibilità di sfruttare suoni premium e librerie personali. Per chi vuole un live pulito, coerente ed omogeneo, è un vantaggio da non sottovalutare.

La modificabilità è un altro punto chiave. Jamzone, Extrack ed applicazioni simili permettono di intervenire su tempo, intonazione e volume o isolamento (non sempre perfetto) delle tracce audio, ma il loro margine d’azione finisce lì. Con il MIDI, invece, avete un controllo totale: potete cambiare un tappeto d’archi con un synth pad, sostituire il basso acustico con un basso elettrico, togliere la batteria perché la suonate voi, riprodurre ex novo un passaggio che non vi convince. È un editing immediato, naturale, che non richiede trucchi o compromessi.

Fonte: midi.org

Per chi accompagna cantanti, poi, il MIDI è semplicemente impagabile. Ogni voce ha esigenze diverse: tonalità, tempo, dinamica, respiro. Con il MIDI potete adattare tutto in tempo reale, senza dover ricreare la base da zero. Nei contesti di accompagnamento di cori, nei matrimoni, nei piano-bar, nei musical, questa flessibilità fa la differenza tra un’esecuzione arrangiata all’ultimo e una performance davvero su misura.

E poi c’è la longevità. Una base audio è finita così com’è. Una base MIDI cresce con voi. Cambiate tastiera? Migliora. Aggiungete espansioni? Si arricchisce. Passate a un modulo più potente? Suona meglio. È un investimento che non invecchia, anzi si evolve.

E che dire del controllo dinamico? Con il MIDI potete automatizzare volumi, cambiare strumenti al volo, aprire filtri, modificare articolazioni, gestire variazioni in tempo reale. È un livello di interazione da non sottovalutare.

C’è infine anche un piccolo vantaggio pratico (sempre meno importante, ad essere onesti): il peso dei file. Un MIDI occupa pochi kilobyte, un audio può arrivare a decine di megabyte. Questo significa archivi più leggeri, caricamenti più rapidi, backup immediati, gestione più semplice su tastiere e tablet. Per chi ha repertori enormi, è un sollievo concreto.

Alla fine, la conclusione odierna è: non è nel MIDI il problema. Il MIDI potrebbe essere ancora oggi “la soluzione”. Le basi audio sono utili, certo, e strumenti moderni come Jamzone ed Extrack dimostrano quanto possano essere potenti. Ma non sono sempre la scelta migliore. Il MIDI rimane uno strumento moderno, flessibile, potente, perfetto per chi vuole controllo, personalizzazione e qualità. Non è una tecnologia del passato: è un linguaggio che continua a parlare benissimo nel presente.

Jamzone, il ritorno delle basi

Per oltre vent’anni, chi utilizzava un arranger con sequencer MIDI era solito costruire le proprie basi partendo dagli stili di accompagnamento interni, per poi rifinirle con interventi mirati: ri‑registrando le parti meno convincenti, sostituendo i suoni, applicando effetti e, soprattutto, remixando e personalizzando ogni sezione. Altri preferivano partire da Standard MIDI File — acquistati o scaricati gratuitamente — che poi ottimizzavano sfruttando le funzioni di editing dell’arranger. Quel mondo è cambiato. Il mercato delle backing track è cresciuto in modo significativo per conto proprio sfruttando il formato audio, ma poche piattaforme sono riuscite a conquistare i musicisti “tecnici”: quelli che non si accontentano di una base karaoke e che per trent’anni hanno programmato MIDI, stili, fill‑in e variazioni su Yamaha, Ketron, Korg o Roland.

In questo scenario si stanno imponendo oggi nuovi attori e, fra questi, il più attivo sembra essere Jamzone, una delle poche app capaci di parlare davvero a questo pubblico, proponendo basi create da band reale registrate in studio.

Oltre alla vastità della libreria — oggi più di 70.000 brani, con circa 400 nuove tracce aggiunte ogni mese — ciò che colpisce è soprattutto la qualità del materiale. Jamzone non utilizza MIDI, né campioni generici o stili preconfezionati: ogni brano è registrato in studio da musicisti professionisti. Il livello qualitativo può variare da una traccia all’altra, ma nel complesso il salto rispetto alle basi tradizionali è evidente. L’app è disponibile su Android, iOS, macOS e Windows.

Degna di nota è l’usabilità dell’app. Il cuore tecnico di Jamzone è il mixer multitraccia. Ogni brano è suddiviso in tracce separate – batteria, basso, chitarre, tastiere, voce, cori… – che possono essere isolate, silenziate, regolate in volume e panorama stereo, ed equalizzate (con controlli essenziali ma efficaci). In un contesto live questo si traduce in una personalizzazione molto più profonda della base, un mix più pulito, la possibilità di adattare l’arrangiamento al proprio ruolo e una gestione più professionale del suono in sala.

Jamzone permette inoltre di cambiare tonalità e tempo, mettere in loop sezioni del brano (come avviene sugli arranger con gli stili o con i marker delle basi MIDI), e visualizzare accordi e testi sincronizzati. Manca solo la funzione Score: per il resto, molte delle tipiche funzioni da arranger sono presenti anche qui. Il pitch shifting è efficace; il time stretching è stabile, anche se a velocità molto alterate è naturale percepire il classico degrado di alcune frequenze. Per chi prepara esibizioni complesse dal vivo, sono disponibili setlist, richiamo rapido dei brani, sincronizzazione cloud e download offline.

A differenza di un arranger, non è possibile modificare le singole note né creare Intro o Ending personalizzate: Jamzone non è un arranger e non intende esserlo. Non lo sostituisce, ma lo affianca – e, in alcuni casi, lo supera soprattutto quando serve il realismo del brano originale. È una soluzione efficace per suonare dal vivo in feste, eventi, cerimonie, e locali da piano bar; a casa e in studio, si rivela utile per fare pratica ed esercitarsi. L’accesso alle basi avviene tramite abbonamento e il prezzo della versione professionale è non particolarmente economico.

Jamzone è pensata per musicisti che desiderano qualità professionale senza investire ore in programmazione. Per chi ha passato decenni a costruire basi MIDI, rappresenta un vero cambio di paradigma: meno editing, più performance. E per molti tastieristi esperti potrebbe essere considerato come una soluzione pratica, soprattutto quando serve una base pronta all’uso.

E il resto del mercato? In Italia, dall’indotto di Generalmusic, verso la fine degli anni 80 era nata M-Live, attiva ancora oggi: offre Song Service una piattaforma che – nella modalità di abbonamento ALLSONGS – permette di scaricare migliaia di brani multitraccia MIDI o MP3 di ottima fattura. Lo scenario è completamente diverso rispetto Jamzone. Infatti, M-Live non produce app, ma piuttosto prodotti hardware destinati ad essere usati come lettori di basi MIDI e audio (come Merish e DIVO).

Ad affrontare queste nuove sfide del mercato rispetto la domanda di backing track, i produttori tradizionali di arranger sono praticamente assenti. A dire il vero, Ketron avrebbe già la tecnologia in casa grazie alla funzione di audio multi-traccia Stem presente negli arranger della serie Event; tuttavia, per avere maggiore successo, dovrebbe arricchire Stem di funzionalità e, soprattutto collegarla una libreria di brani pronti all’uso e di dimensioni particolarmente ampie. Nel mondo Yamaha, il costruttore dovrebbe ripensare il modello di business di Yamaha MusicSoft, passando a un abbonamento mensile che dia accesso all’intero catalogo, e ampliare l’attuale repertorio — oggi composto quasi esclusivamente da basi MIDI, spesso di qualità valida per gli strumenti prodotti dalla casa, ma prive di una traccia vocale. In alternativa, potrebbe investire su Extrack per trasformarla da app utile per esercitarsi a casa a software capace di supportare esibizioni professionali dal vivo. In effetti, siamo curiosi di vedere dove potrà arrivare in futuro.

In definitiva, i produttori di arranger, al momento, non sembrano avere una strategia chiara né un punto di partenza solido. In generale, nessuno di loro appare realmente interessato a presidiare questo mercato in evoluzione e che, un tempo, era il terreno di semina per ottenere migliaia di clienti per le tastiere arranger.