
Il palco non è pronto. Il fonico è in ritardo. Le coriste non si vedono ancora. Il tastierista è già lì. Ha collegato i cavi, attaccato la corrente e aspettato 90 secondi di boot. Il menu dell’arranger lampeggia. Nessuno guarda.
Il palco è un quadrato illuminato in fondo a un locale che sa di industria dismessa. Quando il fonico arriva trafelato, si mette subito all’opera e confonde due canali: i microfoni fischiano assordanti. Arrivano alla chetichella le tre coriste. Corinne: voce pazzesca, tiene le armonie dritte anche quando il mondo affonda. Eliana: tecnica da manuale, intonazione chirurgica. Sofia: look da copertina, voce non pervenuta.
Il tastierista è silenzioso e osserva la sua tastiera arranger con fiducia. Ha caricato tutti gli stili. Controlla i livelli. Chiude gli occhi. Si prepara al massacro. Soundcheck: “Proviamo con la cover dei Pooh.” Il tastierista non commenta. Inserisce lo stile, costretto a cercare un sax MIDI anni 80, imposta l’intro. La tastiera è pronta. Lui pure. Si prova. Corinne litiga con il fonico: vuole più riverbero, “tipo cattedrale”. Eliana chiede meno delay, più compressione. Sofia non dice nulla, si accontenta di stare al centro del trio con il microfono dorato. Il tastierista modula. Sente il peso di ogni millisecondo. Fa da ponte tra coriste e fonico e, sorride dentro di sé, quando lo sente mormorare al microfono: “C’è armonia nell’aria, da qualche parte lontano da qui!”.
All’improvviso lo show parte. A razzo con “Respect” e poi si passa a “Pure Shore” delle All Saints. Quindi la scaletta scorre senza un senso: da uno swing veloce si passa a techno essenziale per poi volare con pizzicati vocali su scala pentatonica. Il tastierista non legge spartiti. Intuisce. Rincorre le richieste delle ragazze: “Quel brano dei Supertramp, andiamo: fallo con un tocco reggae!” “Bene, ora quel trequarti malinconico alla Doris Day.” Lui esegue: dentro di sé è una tempesta ma nulla traspare perché sente un solo dovere: mantenere la concentrazione. E poi si va con gli evergreen riempi-pista. Il pubblico balla, applaude, non sempre capisce ma sembra divertirsi. Poi una pausa. E quando si riprende, Sofia stecca una nota su “Every Breath You Take”, ma la gente applaude lo stesso. Nel brano successivo, Corinne regge una modulazione che farebbe tremare Celine Dion, mentre Eliana chiude una armonia da brividi. Il pubblico non apprezza, distratto. Il tastierista resta interdetto: quell’istante di vuoto è per lui un vuoto devastante. Come è possibile non apprezzare? Sente un battito di mani al fondo della sala: è il fonico che sdrammatizza. Lui riprende il brano, più dolce, più umano e il pubblico finalmente applaude.
Arriva il gran finale con le cover delle Supremes e la serata finisce. Il tastierista ha salvato tutto. Suonato 32 stili e sistemato tutte le variazioni armoniche al volo. Ha inventato assoli di pianoforte e di Hammond là dove servivano. Ha persino dovuto azzeccare una tonalità al volo quando le ragazze – a sorpresa – hanno attaccato a cappella “If I Ain’t Got You” di Alicia Keys in una chiave diversa dall’originale. Non si è fermato mai. Ha sudato, improvvisato, gestito la serata, anche nei momenti in cui le dita tremavano e il fiato correva piano. Alla fine, tutti applaudono Corinne, Eliana e (soprattutto) Sofia che ha le lacrime agli occhi simulando felicità. Il pubblico saluta persino il fonico. Le ragazze si lasciano abbracciare durante i selfie.
Il tastierista smonta. In silenzio. Una volta che tutti sono andati via, si siede al centro del palco con le luci residue. Ora la scena è tutta sua e, anche se il palco lo riconosce, nessuno guarda.

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